Psicoterapia

Be gentle to yourself, you are doing the best you can.

Paulo Coelho

 

Noi terapeuti non diciamo ai pazienti cosa è successo nella loro vita. Noi vogliamo, invece, che i pazienti si fidino dei loro ricordi.

Jim Knipe

  

 

Utilizzo un approccio che integra il modello cognitivo-comportamentale costruttivista post razionalista (Guidano, Kelly, Mahoney…) alle tecniche cognitivo-comportamentali classiche (Beck, Ellis) e di ultima generazione (EMDR, Wells; Linehan; modello LIBET): questo consente di poter lavorare sul personale modo con cui ognuno di noi legge e interpreta la realtà, dando quindi senso e significato a sé stesso, alla propria storia di vita e agli altri e, al contempo, di fornire gli strumenti, scientificamente validati, per una modificazione degli schemi personali e interpersonali che creano disagio alla persona.

 

 

Il percorso psicoterapeutico

Il percorso inizia dall’incontro fra la persona e il terapeuta, ogni caso è diverso, ogni storia è diversa.

Nel primo colloquio, viene accolta la motivazione della richiesta e compresa la domanda di cura che la persona porta, il terapeuta effettua quindi una restituzione indicando se è possibile effettuare il lavoro assieme e spiegando il proprio metodo di lavoro, o, qualora sia più indicato un altro metodo di lavoro, indirizza la persona verso l’opzione più efficace e funzionale.

Infine viene esplicitato il setting, la cornice entro la quale il lavoro verrà svolto, la cadenza degli incontri, la durata, l’uso del cellulare e delle email, etc, e condiviso il consenso informato.

I primi colloqui (da 2 a 4) servono all’assessment: si raccoglie la storia di vita della persona, si compila il genogramma (l’albero genealogico) ed eventualmente si propongono dei test psicologici (per valutare, ad esempio, l’ansia, la tristezza, i tratti di personalità o l’intensità e salienza di alcuni sintomi).

A seguire, si effettua una restituzione di quanto emerso e, insieme, la persona e il terapeuta individuano e condividono gli obiettivi sui quali si intende lavorare e la modalità (ad esempio tramite la terapia cognitiva classica, l’EMDR, la DBT, colloqui familiari…): questo rappresenta il contratto terapeutico, la persona e il terapeuta, insieme, si impegnano e si assumono la responsabilità del cambiamento che si è stabilito di raggiungere.

Il lavoro terapeutico viene modulato da caso a caso, è un lavoro sartoriale, definito appositamente per quella persona.

Le basi su cui il percorso poggia sono la storia di attaccamento e come questa abbia influito sulla modalità di relazionarsi della persona, sugli schemi disfunzionali appresi e sui fattori precipitanti e di mantenimento delle difficoltà.

Infine, parte del lavoro verterà sulla relazione terapeutica: in terapia si avranno modo di vedere in vivo le difficoltà e gli schemi che creano sofferenza alla persona; la relazione terapeutica infatti può fungere da esperienza in vivo di rinegoziazione dei modelli di attaccamento, modificando in senso adattivo l’idea di sé e dell’altro.

Elenco dei disturbi trattati
  • ansia
  • fobie
  • attacchi di panico
  • disturbo d’ansia generalizzata
  • fobia sociale
  • disturbo ossessivo-compulsivo
  • narcisistico
  • istrionico
  • borderline
  • dipendente
  • evitante
  • ossessivo-compulsivo
  • depressione
  • disturbi bipolari
  • disturbi dell’adattamento
  • disturbo da stress post-traumatico (PTSD)
  • disturbo post-traumatico complesso
  • disturbi dissociativi
  • disturbo reattivo dell’attaccamento,
  • disturbo da stress acuto
  • difficoltà a stabilire e mantenere relazioni interpersonali
  • difficoltà di comunicazione, gestione, espressione delle emozioni
  • problemi di coppia (difficoltà comunicative, conflitti di coppia, separazioni)
  • situazioni di disagio legate a scarsa autostima, rabbia, stress
  • disturbi in gravidanza
  • disturbi nel peri-partum
  • disturbi nel post-partum
  • disturbi d’ansia
  • depressione post partum
  • maternity blues
  • psicosi post partum
  • disturbo post traumatico da stress legato al parto
  • parto traumatico
  • sostegno psicologico ai genitori ed ai figli
  • disturbi d’ansia
  • disturbo d’ansia da separazione
  • disturbi del comportamento alimentare
  • disagio adolescenziale
  • educazione sessuale
  • dipendenza da internet e videogames

Attaccamento, EMDR e trauma

You can always take back the precious lost parts of yourself, if you can find and recognize them.

Dolores Mosquera

 

The future of your past, is now in our hands.

www.artifactofwonder.com

 

 

Attaccamento

La natura del legame del bambino verso la madre è la risultante di un preciso e in parte preprogrammato sistema di schemi comportamentali che nell’ambiente normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità con la figura materna” (Bowlby, 1969).

La teoria dell’attaccamento di Bowlby e Ainsworth illustra le modalità di instaurazione del legame genitore-bambino nei primi anni di vita, dimostrando come le esperienze interpersonali nel contesto delle relazioni di attaccamento condizionino il successivo sviluppo, che influenzerà le relazioni interpersonali adulte ed, in particolare, quelle amorose.

 

 

Trauma

Le esperienze traumatiche in età infantile possono indurre modificazioni sia a livello neurobiologico sia a livello dello sviluppo relazionale-affettivo, contribuendo a creare delle rappresentazioni di sé e degli altri disfunzionali e dolorose.

La relazione terapeutica, come la stessa dott.ssa Shapiro spiega, è fondamentale nella terapia del trauma, questa permetterebbe infatti la co-costruzione di una nuova rappresentazione dell’attaccamento.

 

 

EMDR

“L’EMDR è un metodo psicoterapico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici, che a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti.

E’ un approccio psicoterapico interattivo e standardizzato, scientificamente comprovato da più di 20 studi randomizzati controllati condotti su pazienti traumatizzati e documentato in centinaia di pubblicazioni che ne riportano l’efficacia nel trattamento di numerose psicopatologie inclusi la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto acuto, i sintomi somatici e le dipendenze.

La terapia EMDR ha come base teorica il modello AIP (Adaptive Information Processing) che affronta i ricordi non elaborati che possono dare origine a molte disfunzioni. Numerosi studi neurofisiologici hanno documentato i rapidi effetti post-trattamento EMDR.”

(cit. emdr.it)

  • Ricordi traumatici memorizzati in modo disfunzionale
  • Attaccamento dirompente
  • Disturbo reattivo dell’attaccamento
  • Stress traumatico dello sviluppo
  • Disturbi dell’adattamento
  • Disturbo da stress post-traumatico (PTSD)
  • Disturbo post-traumatico complesso
  • Disturbi dissociativi
  • Disturbo da stress acuto

Psicologia EMDR

Just because something is buried, doesn’t mean in stops existing.

Jenny Han

 

In cuore abbiamo tutti un cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio.

Gianni Rodari

 

 

Un evento universalmente riconosciuto come un trauma è sicuramente difficile da integrare nel Sé e nella propria storia (1).

La sua elaborazione può richiedere al cervello uno sforzo impegnativo e durevole. In questo caso, il sostegno sociale e, attraverso di esso, il riconoscimento collettivo del diritto al dolore, giocano un ruolo favorevole che sembra facilitare l’elaborazione. Sta anche in questo, fra l’altro, il valore sociale dei riti e delle mobilitazioni al soccorso che, letteralmente, scandiscono e accompagnano le prime fasi dell’elaborazione degli eventi traumatici condivisi. Questo fattore di protezione non si verifica, invece, quando i traumi si consumano in spazi nascosti, quando la loro drammaticità non è palese, ma sottile e invisibile a osservatori esterni e non attenti. O, ancora, possono esserci accadimenti che risultano particolarmente lesivi per qualcuno, solo perché le caratteristiche dell’evento non sono facilmente integrabili con l’apparato psichico, con la soggettività, di quel determinato individuo. Fra questi, ricordiamo i tanti – piccoli grandi – traumi della vita quotidiana: le violenze, le incomprensioni, le relazioni interpersonali traumatiche soprattutto durante l’età evolutiva, gli insuccessi, le umiliazioni, i tradimenti. Tutti questi eventi emotivamente traumatici, e con una natura prettamente interpersonale, possono rappresentare una minaccia grave dell’integrità psicologica della persona e possono quindi rientrare tra i disturbi dell’adattamento (2), per poi evolvere successivamente in altre forme psico-patologiche.

In generale, si può affermare che il rischio traumatico è tanto maggiore quanto più, ovviamente, l’evento è forte, ma anche quanto più esso è protratto e ripetuto, quanto più coglie la persona sola e impreparata, quanto più esso colpisce in età infantile.

Secondo il modello di elaborazione adattiva dell’informazione (AIP) (3), le stesse risposte biochimiche elicitate per fronteggiare l’esperienza stressante, quando l’impatto è troppo forte e sopraffà le possibilità di risposta dell’individuo, intervengono per bloccare le informazioni in arrivo, che risultano eccessive. In questo caso, le informazioni collegate al trauma – cioè i pensieri, le emozioni e le sensazioni corporee – che l’esposizione all’esperienza traumatica ha attivato resterebbero bloccate in una stasi neurobiologica che inibisce le normali procedure di registrazione e immagazzinamento. Così, le informazioni collegate al trauma vengono bloccate e restano “intrappolate” in reti neuronali, scollegate dal resto, che mantengono le stesse convinzioni, emozioni e sensazioni fisiche che si erano attivate al momento dell’evento. Il materiale traumatico viene pertanto “congelato” in attesa che si creino le condizioni per la sua elaborazione; le informazioni restano isolate e frammentate in reti neurali che conducono una vita autonoma e non si integrano con le altre conoscenze. Esse vanno, in altre parole, a costruire circuiti di memoria disfunzionali.

Un ricordo immagazzinato in modo funzionale è un ricordo che mantiene la possibilità adattiva di collegamento spesso volontario. In questo caso, l’individuo può scegliere di accedere al ricordo e di utilizzarlo in modo costruttivo. Nel caso, invece, di un ricordo immagazzinato in modo disfunzionale, i diversi aspetti dell’esperienza sono frammentati e possono riattivarsi in modo del tutto involontario (flashback, immagini, pensieri automatici, ecc.) assumendo quindi un carattere disadattivo. L’individuo può non comprendere interamente il motivo di quello che sta provando o i meccanismi del suo disagio, che rimangono scollegati dal resto, ma che sono lì, pronti a riattivarsi quando magari uno stimolo che ha con essi una qualche somiglianza li risveglia.

Se la riattivazione riguarda materiale che era stato archiviato dopo una opportuna elaborazione, cioè un materiale con cui si ha, ormai, un rapporto quieto e riposato, non ci sono disagi emotivi o sintomi clinici. Ma, se nelle reti neuronali sono rimasti “intrappolati” pensieri ed emozioni disturbanti, oppure sensazioni corporee di tensione – la primitiva risposta all’esperienza stressante – la loro riattivazione inaspettata e incontrollata può avere conseguenze negative, produrre, cioè, sintomi psicopatologici e fisici.

Far elaborare al cervello questo eventuale bagaglio vuol dire riportarlo al suo naturale equilibrio, permettendo a esso di concludere un’operazione fisiologica patologicamente interrotta.

Un’operazione, quest’ultima, verso la quale il nostro cervello appare predisposto e che, in molti casi, riesce a fare da solo.

Qualche volta, invece, neanche con il tempo si riescono a sistemare i residui disturbanti delle esperienze negative che hanno sopraffatto l’individuo. Perché sono state troppo dolorose, oppure perché hanno incontrato una condizione soggettiva di particolare vulnerabilità. Sono noti, infatti, i fattori di rischio – legati per lo più allo stress – che impediscono l’elaborazione adattiva di un evento traumatico. Le esperienze negative dei primi anni di vita, in particolare, possono avere un impatto devastante per l’individuo e diventare la base disfunzionale per sviluppi traumatici successivi (4,5).

L’EMDR è un trattamento, ideato dalla psicologa californiana Francine Shapiro (3), molto efficace per alleviare lo stress e i sintomi associati ai ricordi traumatici. EMDR è l’acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari). Durante le sedute di EMDR, infatti, si attivano entrambi i processi man mano che si procede con i movimenti oculari: la desensibilizzazione nei confronti del ricordo dell’evento traumatico e la sua rielaborazione a livello emotivo, cognitivo e corporeo.

I movimenti oculari, elemento con cui spesso si identifica questo strumento terapeutico, sono soltanto un aspetto di una procedura ben più articolata e complessa, che ha come obiettivo l’elaborazione del ricordo traumatico. Essi – come altre forme di stimolazione bilaterale – vengono quindi utilizzati come “facilitatori dell’elaborazione”.

Ampiamente testato sui veterani del Vietnam, che hanno fornito un campione eterogeneo e numeroso di persone gravemente traumatizzate, l’EMDR si è imposto – per la sua provata efficacia – come strumento elettivo, insieme alla psicoterapia cognitivo-comporta-mentale, per il trattamento dello stress post-traumatico, fino a essere incluso nelle linee-guida sanitarie di molti Paesi.
Il lavoro con l’EMDR è un lavoro sul ricordo che sfrutta il naturale sistema di elaborazione adattiva dell’informazione. In una condizione guidata e protetta, al sicuro quindi dal rischio di ri-traumatizzazione, l’intervento della Psicoterapia EMDR si focalizza sul ricordo disturbante per riattivarne e completarne l’elaborazione interrotta.

Il materiale bloccato, che era rimasto “intrappolato” in forma implicita in reti neurali a sé stanti, con l’aiuto della stimolazione bilaterale e, in qualche caso, con opportuni interventi di sostegno da parte del terapeuta, può essere, finalmente, esplorato e ricollegato al resto delle informazioni a disposizione del cervello. Questo collegamento, che permette alle reti neurali relative all’esperienza traumatica di utilizzare il patrimonio di memoria funzionale da cui erano rimaste isolate, riattiva l’elaborazione, sfruttando il naturale sistema di elaborazione adattiva dell’informazione del nostro cervello. In questo modo, l’insieme delle convinzioni negative, delle emozioni e delle sensazioni corporee, che era rimasto in forma implicita nel cervello, è esplicitato, reso consapevole, fruibile e integrabile con l’intero sistema (6).

 

  1. Schore AN. La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Roma: Astrolabio Ubaldini, 2008
  2. American Psychiatric Association. DSM-IV, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quarta edizione. Milano: Mas- son, 1995.
  3. Shapiro F. EMDR, desensibilizzazione e rielaborazione attraver- so i movimenti oculari. Edizione italiana a cura di Isabel Fernan- dez. Milano: McGraw-Hill, 2000.
  4. Siegel D. La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2001.
  5. Liotti G, Farina B. Sviluppi traumatici. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2011.
  6. Fernandez I. e Giovannozzi G. EMDR ed elaborazione adattiva dell’informazione. La psicoterapia come stimolazione dei processi psicologici autoriparativi. Supplemento alla Rivista di psichiatria, 2012, 47, 2

L'adolescente e la famiglia

Sono talmente solo che ho imparato a farmi compagnia da solo.

Rose nere – Guè Pequeno

 

La vita è un cinema tanto che taci / Le tue bottiglie non hanno messaggi
Chi dice che il mondo è meraviglioso / Non ha visto quello che ti stai creando per restarci
Rimani zitto, niente pareri / Il tuo soffitto: stelle e pianeti
A capofitto nel tuo limbo in preda ai pensieri / Procedi nel tuo labirinto senza pareti
No! Non è vero! / Che non sei capace, che non c’è una chiave
No! Non è vero! / Che non sei capace, che non c’è una chiave.

Una chiave – Caparezza

 

 

Seppur a volte, di primo acchito, gli adolescenti possano vedere negli adulti, e quindi anche nei terapeuti, persone non in grado di aiutarli e inefficaci, la psicoterapia cognitiva si offre come uno spazio, per i figli e per i genitori, dove poter far sì che il disagio possa avere un nome, essere compreso e validato, e trattato nel modo più efficace possibile, secondo i risultati mostrati dalla letteratura scientifica.

Dopo aver maturato esperienza sia nel contesto privato, che pubblico, che all’interno delle carceri, vengono offerti setting di intervento personalizzati e differenti, a seconda delle necessità del sistema adolescente/famiglia.

Al termine della consultazione psicologica, che consiste in alcuni incontri di valutazione per l’inquadramento della situazione e la definizione degli obiettivi, possono essere proposti:

  • colloqui individuali con il ragazzo, unitamente a incontri con i genitori per individuare i circoli ricorsivi che alimentano la sofferenza;
  • la presa in carico dell’intero nucleo familiare: con colloqui di terapia familiare, avvalendosi della collaborazione di un co-terapeuta sistemico o cognitivo-comportamentale o psicodinamico (vedi area collaborazioni).
  • colloqui con i genitori, sia per lavorare sulle difficoltà personali, che sugli schemi di attaccamento inter-generazionale che influiscono sul rapporto con il figlio, sia qualora il ragazzo non sia inizialmente motivato a partecipare al percorso.

Si trova quindi una via possibile ed efficace per trattare separazioni, lutti, traumi e la maggior parte dei disturbi psicologici che trovano nell’adolescenza la loro finestra di esordio: gesti autolesivi, disturbi del comportamento alimentare, disturbi di personalità, disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, dipendenza da internet e videogames…

 

 

Trattamento integrato con la figura dell’educatore

Si possono talora proporre dei trattamenti integrati che prevedono la figura dell’educatore, il cui progetto mira al potenziamento dell’autonomia personale, aiutando lo sviluppo delle potenzialità individuali e incrementando i rapporti sociali con l’ambiente dei ragazzi. L’educatore, inoltre, operando nella quotidianità del ragazzo, condividendo con lui ore della giornata e momenti importanti, conduce un’osservazione molto approfondita dell’adolescente, permettendo anche di evidenziare e gestire le situazioni maggiormente critiche (scuola, gruppo dei pari, famiglia).

 

 

Trattamenti in co-terapia

Per la formulazione e implementazione di percorsi che prevedono un sostegno o un lavoro specifico con i genitori, a beneficio del percorso del figlio, mi avvalgo della collaborazione di Psicologhe-Psicoterapeute con le quali lavoro in Equipe da tempo e con cui condivido modello di lavoro e orientamento.

In questa area d'attività potrò avvalermi della collaborazione di

Consultazione e terapia familiare

Perché famiglia è, dove famiglia si fa.

Chiara Gamberale

 

Ohana significa famiglia, e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato.

Lilo e Stitch

 

 

Il coinvolgimento della famiglia può essere di grande beneficio sia nei percorsi individuali, sia quando l’intero nucleo si sta confrontando con specifiche situazioni (separazione della coppia, difficoltà lavorative, sostegno al percorso adottivo, malattie, lutti, …).

L’obiettivo della terapia familiare è ricercare e utilizzare le risorse della famiglia al fine di ridurre la sofferenza, il cui significato viene contestualizzato e compreso attraverso più livelli di osservazione: le relazioni che in essa intercorrono, la sua storia evolutiva, la fase che sta attraversando, le storie personali dei suoi componenti e delle famiglie d’origine.

A seconda delle situazioni, è possibile invitare tutti i membri della famiglia, oppure solo alcuni membri (la coppia genitoriale o i figli), o anche estendere l’invito a figure importanti: per ogni progetto, viene fatta una valutazione ad hoc.

Dopo una prima fase di consultazione, utile a definire la richiesta, gli obiettivi e il progetto terapeutico, può seguire l’avvio della terapia familiare, i cui incontri hanno una durata di 90 minuti e la cui cadenza può essere quindicinale, ogni tre settimane o mensile.

 

 

Quando può essere utile affiancare la terapia familiare al percorso individuale?

 

  • quando l’adolescente o il giovane adulto non è motivato al percorso psicologico;
  • quando vi sono difficoltà nell’individuazione e autonomizzazione;
  • nei casi di ritiro sociale;
  • quando vi sono relazioni contrassegnate da alta conflittualità, espressa o implicita;
  • stallo o peggioramento del quadro sintomatologico;
  • quando è necessario rintracciare risorse al fine di sostenere il percorso individuale;
  • quando la persona ha un disturbo del comportamento alimentare, o un disturbo di personalità;
  • quando vi sono traumi intergenerazionali.

 

 

Trattamenti in co-terapia

Per la formulazione e implementazione di percorsi che prevedono un lavoro con la famiglia o alcuni membri di essa, mi avvalgo della collaborazione di una Psicologa-Psicoterapeuta con un approccio sistemico-familiare, con la quale lavoro in Equipe da tempo e con cui condivido modello di lavoro e orientamento.

In questa area d'attività potrò avvalermi della collaborazione di

Gravidanza e post-partum

Un bambino può nascere solo dopo la nascita di sua madre. Prendersi cura della nascita significa prendersi cura della nascita della madre e di quella del bambino.

(Marinopoulos, 2005)

E anche della nascita del padre.

 

 

Durante la gravidanza e dopo la nascita di un bambino, può capitare che la neo mamma non si senta così felice e in forma come si immaginava. E’ possibile provare sentimenti di profonda tristezza, irritabilità, impotenza e sentirsi in difficoltà nel far fronte al cambiamento di vita e ai nuovi ed impegnativi compiti di accudimento del bambino.

Sentimenti di tristezza e lieve depressione sono fisiologici e, se passeggeri e di lieve intensità, rappresentano emozioni che accompagnano il fisiologico processo evolutivo che trasforma la donna in madre: tali sentimenti, chiamati Maternity Blues, sono provati dall’80% delle donne che hanno partorito, e di solito si risolvono spontaneamente entro i primi 15 giorni di vita del bambino.

 

Un disagio da non sottovalutare

Può invece accadere che tali sentimenti di tristezza, irritabilità e le difficoltà a gestire la gravidanza o la nuova vita con il neonato, perdurino più a lungo e rappresentino un ostacolo allo svolgimento delle attività quotidiane della neo-mamma o del neo-papà.

Questo stato, che riguarda circa il 10-15% dei genitori, può essere risolto con l’aiuto di uno specialista.

Diversamente, se sottovalutato, può aggravarsi e avere importanti conseguenze su:

  • lo svolgimento della gravidanza, del parto e del puerperio;
  • lo sviluppo del feto;
  • lo sviluppo del neonato a breve e a lungo termine (Bonari et.al., 2004);
  • la salute della donna;
  • la relazione madre-bambino;
  • la relazione di coppia.

 

Sintomi che meritano attenzione:

  • Sentirsi priva/a di valore
  • Attacchi di panico
  • Senso di colpa, autobiasimo
  • Senso di irritazione
  • Preoccupazione per la propria salute e quella del bambino
  • Mancanza di energie, sensazione di essere esausta
  • Eloquio e movimenti rallentati
  • Sentirsi agitata o iperattiva
  • Perdita di interesse in varie attività, tra cui quella sessuale
  • Ridotta capacità di concentrarsi e di prendere decisioni
  • Disturbi del sonno, non dormire anche quando il bimbo dorme
  • Confusione mentale e maggior numero di dimenticanze
  • Senso di disperazione, inadeguatezza, pensieri costantemente pessimistici
  • Instabilità emotiva
  • Pensieri di morte e suicidari
  • Disturbi dell’appetito

 

Fattori di rischio di sviluppo di una depressione post-partum:

  • Episodi di ansia o depressione durante la gravidanza
  • Storia personale di depressione
  • Eventi traumatici nell’ultimo anno (lutti, separazioni, perdita di lavoro, malattie…)
  • Relazione conflittuale con il/la partner
  • Isolamento sociale o condizioni socio-economiche sfavorevoli
  • Precedenti episodi di depressione post-partum
  • Giovane età della madre
  • Difficoltà o complicazioni ostetriche
  • Gravidanza non pianificata
  • Bambino prematuro

 

Cosa si può fare?

Interventi di prevenzione:

  • informazione e sensibilizzazione delle neo-mamme sul rischio di sviluppare una depressione post-partum;
  • screening, valutazione e inquadramento della situazione per i disturbi in gravidanza e nel post-partum e per la depressione post-partum paterna

Consulenza integrata:

  • valutazione diagnostica e psicoterapia, individuale o della coppia (insieme o individualmente)

 

Cosa è importante trattare:

  • gli aspetti psicologici della relazione madre-bambino
  • gli aspetti psicologici dell’allattamento
  • il cambiamento nella coppia
  • il Baby blues e la depressione post-partum
  • l’imprinting neonatale
  • temi dolorosi

 

Trattamenti in co-terapia

Per la formulazione e implementazione di percorsi che prevedono un lavoro di coppia o con entrambi i membri della coppia, ma in setting individuali, mi avvalgo della collaborazione di una Psicologa-Psicoterapeuta con un approccio sistemico-familiare, con la quale lavoro in Equipe da tempo e con cui condivido modello di lavoro e orientamento.

In questa area d'attività potrò avvalermi della collaborazione di

Benessere

A little life note: there is never a right time, a best time, a perfect time, but there is always now.

James Baraz

 

Whatever you are not changing, you are choosing.

Laurie Buchanan

 

Non tutti coloro che beneficiano della terapia cognitiva comportamentale hanno una condizione di salute mentale. La CBT è un potente kit di strategie di coping, atteggiamento mindfulness, tecniche di pratica riflessiva e programmazione di autoconsapevolezza, che possono aiutare a gestire meglio situazioni di vita stressanti, cambiamenti improvvisi o pianificati della vita, sfide personali o di sviluppo della carriera.

Tramite la CBT è così possibile affrontare un’ampia gamma di problemi emotivi, comportamentali, di gestione dello stile di vita e di sviluppo personale.

Tutti noi, a volte, ci imbattiamo in situazioni che traggono vantaggio dall’apprendimento di nuovi strumenti per orientare la vita in modo più efficace. Molte persone chiedono di lavorare ad uno specifico obiettivo o problema, per il quale desiderano trovare una soluzione mirata.

 

 

Alcune delle più comuni sfide per il benessere che vengono trattate sono:

  • difficoltà nel rapporto con il proprio corpo
  • rapporto con il cibo non soddisfacente
  • difficoltà lavorative
  • gestione dello stress
  • difficoltà relazionali
  • efficacia interpersonale
  • comportamenti automatici intrusivi (sindrome di Tourette, tic, abitudini nervose, balbuzie, onicofagia, tricotillomania, dermatillomania)

 

 

Trattamenti integrati

In un’ottica di mente e corpo come indissolubilmente legati, al fine di conseguire un miglioramento della propria qualità di vita e del proprio corpo, vengono proposti percorsi in sinergia con esperti personal trainer, nutrizionisti, dietisti e osteopati.

 

In questa area d'attività potrò avvalermi della collaborazione di

Benessere sessuale e di coppia

Ci si innamora quando si fa l’amore, la carne è l’unica spiaggia che le anime hanno.

Margareth Mazzantini

L’educazione sessuale permette di parlare di vita, di sé e dell’altro.

Fabio Veglia

 

Il sesso come parola è ancora un tabù in molte culture, per questo a volte può essere difficile aprirsi e cercare aiuto per le difficoltà e le questioni riguardanti la sessualità e il comportamento sessuale.

La consulenza sessuale e la terapia sessuale possono essere molto utili, in quanto forniscono uno spazio unico per discutere apertamente di questioni importanti come il sesso e la sessualità senza timore del giudizio. Inoltre, è possibile riconoscere, comprendere e dare senso alle emozioni che la sessualità suscita, come la rabbia, la vergogna, la paura, la tristezza.

 

La sessualità attraversa varie dimensioni:

  • riproduttiva: la spinta innata ed evoluzionistica a generare;
  • ludica: dove il sesso è divertimento, gioco, nel senso migliore del termine;
  • sociale: lo stare insieme, con il bisogno di costruzione e condivisione con l’altro;
  • semantica: dove il sesso è un incontro fra due corpi che necessitano di una coscienza condivisa;
  • narrativa: nella quale nasce una storia, a cui diamo senso e significato;
  • procreativa: in cui si genera senso e significato a partire dall’amore fra due persone.

Dopo gli incontri di assessment, è possibile strutturare un piano personalizzato di trattamento, al fine di recuperare il benessere sessuale.

È possibile effettuare una terapia, individuale o di coppia, per affrontare una vasta gamma di preoccupazioni relative a sesso, sessualità e genere, come ad esempio:

Disfunzioni psico-sessuali maschili:

  • disfunzione erettile
  • dolore sessuale
  • eiaculazione precoce

 

Disfunzioni psico-sessuali femminili:

  • diminuzione del desiderio
  • difficoltà dell’eccitazione e dell’orgasmo
  • dolore sessuale

 

Sviluppo dell’identità sessuale e comprensione dei modelli di attrazione

Esplorare e comprendere l’identità ed espressione di genere

Salute mentale e benessere LGBT

Interessi o fantasie sessuali scomode

Sviluppare una sessualità sana

  • Migliorare la comprensione della sessualità nella vita delle persone
  • Cambiare la sessualità durante la durata della vita: come i nostri corpi cambiano nel corso della nostra vita e come è possibile adattarsi ai cambiamenti
  • Invecchiamento e attività sessuale

Problemi riproduttivi

Educazione sessuale per adolescenti e adulti

Dipendenza dal contenuto sessuale

Infedeltà

uno spazio sicuro per lavorare attraverso le forti emozioni e aiutare a capire il senso e significato di quanto sta accadendo. 

 

 

Trattamenti in co-terapia

Per la formulazione e implementazione di percorsi che prevedono un lavoro di coppia o con entrambi i membri della coppia, ma in setting individuali, mi avvalgo della collaborazione di una Psicologa-Psicoterapeuta con un approccio sistemico-familiare, con la quale lavoro in Equipe da tempo e con cui condivido modello di lavoro e orientamento.

In questa area d'attività potrò avvalermi della collaborazione di

Supervisioni

Per gli psicoterapeuti in formazione, ma anche per i più esperti, la supervisione è uno strumento indispensabile per esercitare la propria professione. Può accadere infatti, nel corso della terapia con i propri pazienti, di ritrovarsi in alcuni momenti di impasse nei quali si fa fatica ad orientarsi, o anche, non di rado, che i vissuti di un paziente possano risuonare emotivamente nel terapeuta, impedendogli di affiancarlo nel modo più utile.

La supervisione è uno strumento utile per quanto riguarda il “cosa e il come” si sta lavorando:

  • quale funzionamento è stato riconosciuto?
  • come è stato inquadrato il caso?
  • quali obiettivi sono stati condivisi?
  • quali mezzi/tecniche si stanno utilizzando?
  • quali analisi si possono implementare?

 

Ma non solo. In supervisione si portano anche i vissuti emotivi riguardo il lavoro con la specifica persona, con quella determinata sofferenza.

Lo psicoterapeuta utilizza sé stesso nel lavoro, e deve essere uno strumento il più accordato possibile, per utilizzare una metafora musicale. Quando non è così, quando il terapeuta non è “centrato”, va compreso il come mai, per poter continuare a risuonare nel modo migliore.


Supervisore e terapeuta si trovano a co-costruire un contesto di reciprocità, all’interno del quale il terapeuta espone al supervisore la storia e i disturbi del paziente, racconta della terapia che sta conducendo e dei problemi che sta riscontrando in corso d’opera. D’altro canto il supervisore allena il terapeuta all’auto-osservazione in modo da comprendere meglio quali sono i propri meccanismi di “funzionamento”. In questo modo il terapeuta può dare nuovo significato al proprio lavoro, ricostruendo la conoscenza che ha della terapia, del paziente e del proprio modo di essere all’interno della relazione terapeutica.

Il supervisore può riorganizzare e ricostruire la conoscenza che ha della terapia, del terapeuta e del proprio modo di essere all’interno della relazione di supervisione.

Attraverso questa costruzione e ri-costruzione dell’esperienza e del suo significato, si raggiunge una maggiore conoscenza delle proprie competenze; un cambiamento emotivo, cognitivo e, di conseguenza, un cambiamento del modo di agire del terapeuta e del supervisore.

 

Criteri per una supervisione efficace

 

Nel corso di un simposio nel congresso APA del 2014, Chun-I Li, Scott Fairhurst e Scott Liu, hanno delineato i compiti del supervisore della psicoterapia e le aspettative del supervisionato, che sono dieci:

 

  1. aiutare l’introspezione (facilitating insight)
  2. riscontro e correzione (feedback and correction)
  3. incanalare l’elaborazione (allowing for debriefing)
  4. delineare le scelte (outlining options)
  5. impartire conoscenze generali (imparting general knowledge)
  6. spiegare che fare (explaining what to do)
  7. impostare differenze di valori (addressing differences in values)
  8. promuovere lo sviluppo professionale (promoting professional development)
  9. essere un modello (modeling)
  10. validare gli stati emotivi del supervisionato (validating supervisee’s feelings)

 

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Nella mente dello psicoterapeuta

 

Un breve video illustra in maniera semplice e accessibile ciò che avviene nella mente dello psicoterapeuta nel corso delle sedute di psicoterapia e all’interno della relazione terapeutica.

La seconda parte del video evidenzia l’importanza per lo stesso terapeuta di avvalersi dell’aiuto o della supervisione di colleghi professionisti.

Aree attività - Eleonora Bianchi Psicoterapeuta EMDR